Maculatura bruna del pero

Doveva essere l’anno della tregua e invece la maculatura del pero ha fatto enormi danni anche nel 2020. Le speranze avevano una base tecnica e una probabilistica. La prima era sostenuta da un nuovo approccio al problema, la seconda invece invocava, di fatto, una tregua dopo due anni di condizioni favorevoli allo sviluppo del patogeno, ma ha finito invece per seguire il comune modo di dire “non c’è il due senza il tre”. La maculatura bruna del pero è causata da un fungo che nella sua forma dannosa è noto anche come Stemphylium vesicarium. I frutticoltori italiani hanno iniziato a conoscerlo nella seconda metà degli anni 70 del secolo scorso dimostrando, il fungo, fin da subito la sua pericolosità; da allora, a fasi alterne, ha causato molte perdite di prodotto, specialmente in questi ultimi anni dove lo smarrimento è alimentato dall’assenza di adeguati strumenti di difesa.

La cronaca del 2020 descrive allarmi diffusi fin dall’allegagione, ma S. vesicarium non aggredisce allo stesso modo tutte le varietà di pero, una di quelle più sensibili è purtroppo l’Abate Fetèl che è anche quella più diffusa. Nonostante turni di trattamento ravvicinati, l’uso combinato di molecole differenti e una stagione non piovosa nelle sue battute iniziali, e per questo apparentemente favorevole alla difesa, le segnalazioni di sintomi riconducibili al patogeno sono state abbondanti fin dalle prime fasi. In seguito, e fino al mese di luglio, le preoccupazioni hanno lasciato spazio ad un cauto ottimismo perché nulla di quello che si temeva era progredito e, anzi, i sintomi prima visibili erano di fatto scomparsi. A partire dal mese di luglio, invece, hanno iniziato ad apparire macchie brune nella cavità calicina delle pere Abate; da quel momento la diffusione è stata rapida specie nei giorni che hanno preceduto la raccolta, complici anche le abbondanti piogge.

Il 2020 sarà ricordato per l’enorme danno causato dalla presenza di marciumi calicini. Le macchie laterali, che solitamente si vedono nella rappresentazione del danno causato dal patogeno, sono state in proporzione molto limitate. I territori maggiormente colpiti si trovano nel ferrarese, in misura minore nel modenese e a seguire nelle province di Bologna e Ravenna.

Il nostro avversario è, nella fattispecie, un fungo, principalmente saprofita che, per questo, si nutre di tessuti morti, e nel fare ciò aggredisce e degrada la cellulosa di alcune specie vegetali; ma è anche capace di parassitizzare, di aggredire cioè tessuti vivi utilizzando specifiche tossine con le quali genera i marciumi che conosciamo. In quanto fungo ha, nelle condizioni di umidità, un grande alleato, ed è questo il primo aspetto che dobbiamo considerare. I cambiamenti climatici in atto creano una miscela favorevole di temperature e umidità che disegnano la mappa delle zone maggiormente a rischio, a questo dobbiamo aggiungere una probabile differente sensibilità legata al portinnesto, operazioni agronomiche da effettuare nei tempi e nei modi più corretti, e una difesa che da sola non è in grado di contenere il problema, ma di cui non possiamo fare a meno. Se fino a qualche anno fa era sufficiente (la semplificazione è forzata) la corretta scelta delle molecole da applicare nei momenti più opportuni che il modello previsionale suggeriva, oggi non è più così semplice. Il numero di momenti di rischio è molto alto, e anche l’intensità di rischio è molto elevata. Quasi tutte le molecole disponibili hanno valori di efficacia inferiori al 50%; il loro uso e abuso degli ultimi anni ha creato perdite di efficacia a cui andranno incontro anche quelle poche molecole che manifestano ancora un’attività superiore al 50%. La domanda è quindi legittima. Maculatura bruna del pero sarà responsabile di un repentino ridimensionamento della coltura del pero, e dell’Abate in particolare? In questi ultimi anni la coltura del pero ha dovuto convivere con difficoltà varie che ne hanno minato la sopravvivenza: il mercato, la cimice, il crollo delle rese e, appunto, la maculatura. Tutto ciò ha determinato forti abbattimenti nel 2019-2020 che molto probabilmente si estenderanno anche nel 2020-2021. A differenza degli altri fattori negativi, nei confronti dei quali possiamo contare su soluzioni più o meno efficaci, maculatura bruna appare in molte aziende incontrollabile.

Questa patologia non è mai stata una cosa facile, i limiti della difesa sono sempre stati molto evidenti ma sufficienti a garantire, fino ad un recente passato, la sopravvivenza dei raccolti. Gli aspetti agronomici come le irrigazioni, per esempio, sono sempre state le prime variabili da gestire con attenzione ma oggi questo appare ancora più importante. Sono tante le informazioni relative al comportamento di questo fungo ma siamo all’oscuro dei meccanismi che spingono un organismo, solitamente tranquillo, a scatenarsi come abbiamo imparato a nostre spese. A conferma dell’affermazione appena espressa è indicativo che i frutteti abbandonati difficilmente evidenzino danni da maculatura. Partendo da questa semplice osservazione appare evidente che la gestione comunemente realizzata altera un equilibrio particolarmente importante che, in determinati contesti, scatena una tossicità difficilmente arginabile. Lo studio di questo fenomeno dovrebbe essere il primo passo da realizzare per la comprensione del problema e per trovare le giuste contromisure, ma il tempo è tiranno e le soluzioni sono chieste con urgenza. È per questo motivo che quest’anno è stato attivato un ampio gruppo di lavoro che coinvolge università, servizio fitosanitario e diversi gruppi di sperimentazione, tutti tesi a studiare il comportamento del patogeno in laboratorio parallelamente a prove di campo. Si spazia dallo studio dei principi attivi, o loro combinazioni, alla gestione del cotico erboso attraverso trattamenti o azioni specifiche. È proprio quest’ultima la parte più interessante e quella che potrebbe fornire le soluzioni più efficaci. Le esperienze preliminari condotte nel 2019 hanno evidenziato potenzialità elevate che hanno bisogno di essere studiate con attenzione per poterle utilizzare correttamente nei diversi contesti. Il principio su cui si basa il lavoro parte dal presupposto che il fungo comincia il suo percorso dalle graminacee presenti nel prato del frutteto. L’attività estintiva opera il controllo delle forme svernanti proprio nel cotico erboso e deve essere ripetuta fino alla raccolta per poter essere pienamente efficace. Colpire e controllare la popolazione del fungo, quindi, prima che arrivi sulla pianta. A tal proposito i prodotti e le tecniche a nostra disposizione possono essere molteplici perché può essere utile tutto quello che potrebbe avere un’azione devitalizzante, dando spazio, e precedenza, a concimi e corroboranti particolarmente favorevoli nel contenimento del patogeno e ottimali dal punto di vista dell’impatto ambientale, oltre a strumenti come le macchine da pirodiserbo,  perché l’azione devitalizzante del fuoco è particolarmente forte.

Tornando alla domanda di prima la risposta è sì, questa patologia può minare la sopravvivenza della coltura della pera Abate limitandola alle zone più favorevoli dal punto di vista pedoclimatico. Abbiamo la possibilità di sviluppare un nuovo approccio in grado di liberare le aziende agricole dai limiti conclamati della difesa chimica, c’è bisogno però dell’aiuto di tutti per sviluppare il più velocemente possibile nuovi modelli di gestione.

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