Maculatura bruna: proviamo a bruciarla

Dopo 2 anni di danni ingenti non si poteva non intervenire limitandosi a quello che si era soliti fare. In questo contesto di grandi difficoltà diverse molecole, che erano alla base della lotta alla maculatura bruna, sono state in gran parte revocate, e l’uso massiccio (a volte diventato abuso) di quelle rimaste in commercio porta nel giro di pochi anni ad una loro perdita di efficacia che in molti casi arriva ad un 30% e, nel migliore dei casi, ad un 60%. Sulla base di tali dati è intuibile quale potrà essere il bilancio con l’uso dei soli prodotti fitosanitari, bilanci negativi che le aziende difficilmente potranno sostenere nei prossimi anni.

Il fenomeno della maculatura bruna è comparso verso la fine degli anni ’70 mostrando da subito la sua pericolosità che negli ultimi anni ha raggiunto livelli mai visti prima.

Del fungo si sa per certo che si divide, principalmente, in due fasi: una saprofitaria che si nutre dei tessuti morti ed una parassitaria (che crea danni alle pere). Nella fase saprofitaria, che ha luogo nei mesi invernali, il patogeno trova nelle foglie cadute a terra l’habitat ideale per svernare; in questa fase esistono anche altri elementi che favoriscono questo processo come la presenza sul terreno di piante graminacee (Festuca spp, Setaria glauca, Poa pratensis, ecc).  Il periodo principale durante il quale inizia la sporulazione dei periteci è tra metà marzo e metà aprile, periodo particolarmente favorevole per le temperature non troppo rigide (10-15 gradi).

Partendo dalle informazioni sopra riportate si è ritenuto indispensabile provare ad intervenire non solo con prodotti fitosanitari che interessano principalmente la parte vegetativa della pianta, ma agire anche sul cotico erboso. La gestione di quest’ultimo diventa fondamentale in rapporto sinergico con gli antiparassitari.

Varie possono essere le azioni agronomiche da mettere in campo per cercare di abbassare l’inoculo sul cotico prima che il fungo passi alla fase parassitaria dove sarebbe più difficile ostacolarne l’aggressività. Fra queste citiamo la rottura del cotico, prodotti corroboranti o concimi (es. calce idrata, calciocianamide, ecc.) trichoderma, trattamento termico comunemente detto pirodiserbo, ecc.

Concentriamo l’attenzione sull’uso delle macchine da pirodiserbo di cui raccontiamo brevemente la nostra esperienza effettuata nelle provincie di Ferrara, Modena e Mantova.

Si è pensato di estinguere Stemphylium  vesicarium, presente nelle graminacee del prato, creando un ambiente ostile al fungo con l’ausilio di macchine che producono alte temperature alle quali il patogeno non può sopravvivere (80-100 gradi centigradi). Con tali temperature infatti qualsiasi forma conidica viene devitalizzata. La devitalizzazione del fungo si dovrebbe ottenere con la fiamma diretta al cotico. Le macchine utilizzate a questo scopo sono due unità che vengono agganciate a due trattori. Una che opera lungo la fila, l’altra fra le file. Entrambe si avvalgono di bruciatori alimentati a GPL posti ad una altezza da terra di circa 30 cm. Ci siamo dotati di un termometro laser per controllare la temperatura dopo l’immediato passaggio delle macchine. La temperatura rilevata a terra deve risultare di circa 90-100 gradi per essere efficace.  

Diverse sono le variabili che determinano la buona riuscita dell’intervento: tipologia e fittezza del cotico erboso, altezza dell’erba e lo sfalcio della stessa. Un cotico erboso troppo alto può rendere inefficace l’intervento in quanto la fiamma non riesce ad arrivare al terreno. Qualora lo sfalcio sia stato effettuato molto tempo prima dell’intervento l’erba secca può causare fiammate e incendi tali da rendere il lavoro pericoloso con danni più o meno gravi per le piante frutticole. È quindi indispensabile calcolare il giusto momento per tagliare l’erba per creare le condizioni ottimali affinchè la tecnica sia efficace e si abbiamo i risultati sperati.  

Un’altra variabile da gestire con particolare cura è la velocità di avanzamento durante la fase di lavoro calcolata in base alle condizioni climatiche del momento. Essa può variare dai 2,5 ai 4,5 chilometri orari a seconda se l’intervento viene eseguito nelle prime ore del mattino con rugiada pesante e temperatura basse, oppure nel pomeriggio con erba asciutta e temperatura più elevata. Il vento limita il controllo della fiamma e la buona riuscita del lavoro, allo stesso modo la pioggia condiziona negativamente il risultato. Anche le temperature elevate in certe ore della giornata possono creare problemi di applicazione. È buona norma comunque avere a disposizione dell’acqua (atomizzatore, botte da diserbo dotato di lancia) per contrastare l’insorgere di incendi che possono danneggiare le piante frutticole e l’eventuale manichetta d’irrigazione posta sul terreno sotto la fila.

Le prime applicazioni sono iniziate verso la seconda metà di marzo, ossia prima della fioritura, e terminate a metà maggio.  

Per eseguire questi trattamenti bisogna tuttavia sostenere una spesa elevata. Essa è data dal costo delle diverse macchine utilizzate, dagli operatori e dalla quantità di carburante utilizzato.  Il costo calcolato per ettaro, inserendo tutti i fattori di costo, può variare da 250 a 320 euro per ettaro, questo è condizionato anche dalle caratteristiche aziendali.  Questa tecnica è stata impiegata su una superficie complessiva di 250 ettari dei nostri soci, con una ripetizione del trattamento ai primi di giugno su altri 50 ettari.  Alcune aziende hanno successivamente Integrato con diverse applicazioni di calce idrata a tutto campo ogni 7-10 giorni fino alla fine di luglio.

In diverse aziende socie (16 per la precisione) è stato misurato il volo dei conidi attraverso il posizionamento di vetrini all’altezza di circa 50 centimetri dal suolo, così facendo è stato osservato l’incremento del volo dei conidi al variare delle condizioni atmosferiche.  In un paio di aziende si sono posizionati vetrini anche su testimoni non trattati per confrontarne i dati. Alla comparsa della malattia in campo si è notato che laddove era stato eseguito il PIRODISERBO vi era una percentuale ridotta di danno.  È altresì evidente che, dov’era forte la presenza del fungo lo scorso anno, si è avuta una presenza importante anche quest’anno.

È stato rilevato inoltre che nell’ambito della stessa azienda erano presenti appezzamenti con danni notevoli ed altri con danni più lievi nonostante fossero stati eseguiti al cotico gli stessi interventi (Pirodiserbo, calce idrata); appare evidente quindi che la forte presenza conidica non permette di ottenere risultati risolutivi in una sola annata. Questa tecnica, pertanto, dovrà essere ripetuta e diventare una prassi per ottenere nel tempo i risultati sperati, partendo dalle esperienze fatte per affinare continuamente la tecnica stessa.  Ricordiamo ancora le molte variabili di cui tenere conto come la velocità di avanzamento, la giusta pressione del gas agli ugelli, le condizioni atmosferiche favorevoli e quelle sfavorevoli, ecc. che rappresentano novità assolute, e non è possibile e neanche immaginabile, con un solo anno di prova, raggiungere risultati definitivi e risolutivi. I primi rilievi confermano che la strada è quella giusta ma serviranno più anni di applicazione unite a tutte le strategie che mettiamo e metteremo in atto per sconfiggere o almeno limitare il danno ad una soglia economicamente sopportabile. Se falliremo questo obbiettivo la coltivazione di Abate Fetel, fiore all’occhiello della pericoltura regionale, unica e inimitabile in tutto il mondo, rischia la sua estinzione con ripercussioni socio economiche difficilmente immaginabili.

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